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Quando la neve veniva raccolta e conservata

“Siticulosa Apulia”. Così il poeta Orazio Flacco di Venosa definiva la nostra regione. Dove, a causa della mancanza di fiumi, l’acqua veniva attinta dai pozzi o raccolta nelle cisterne quando pioveva. E anche la neve veniva raccolta e conservata, anche perché dal ‘500 all’800 in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta ci fu la piccola era glaciale, in cui si verificò un piccolo abbassamento della temperatura terrestre.

Per la conservazione della neve si utilizzava la neviera, struttura caratterizzata da un unico ambiente sotterraneo scavato nel banco roccioso. La copertura era costituita da una volta a botte, con un una piccola porta d’accesso. La neve veniva pressata al suo interno, alternando con strati di paglia. L’utilizzo della neve era principalmente sanitario, per il trattamento della febbre, o di traumatismi; più raramente per rinfrescare l’acqua o per la preparazione di sorbetti e granite, riservate ai più ricchi. Utilizzata fino ai primi decenni del ‘900, fino all’avvento del congelatore. Successivamente alcune neviere sono state colmate per evitare cadute accidentali al loro interno di persone o animali, o per fare spazio a strade, acquedotti, mezzi agricoli; altre riutilizzate come fosse biologiche.

Nei pressi della masseria “Magliana”, territorio al confine tra Veglie e Salice, si poteva ammirare un esemplare di neviera, poi raso al suolo nei primi anni del 2000. Piccoli gioielli della civiltà contadina, testimonianza della capacità di adattamento all’ambiente dei nostri antenati, e dell’utilizzo parsimonioso e razionale delle risorse naturali.

Veglie, 05/01/2019

                                                                                       Dott. Fabio Coppola

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