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Buongiorno Covid-19,

era da un po’ che ti volevo scrivere. Volevo raccontarti una storia, una tra le tante in cui tu sei stato il grande protagonista ed io una semplice comparsa.

Vorrei iniziare da quel 21 febbraio, quando sei arrivato qui in Italia, anche se in realtà dicono che circolavi già da un po’. Quel giorno io ero a Veglie e penso di essere diventata l’”untrice” proprio in quel momento. E sai perchè? Perché tu hai deciso di palesarti in Lombardia e io ormai da tempo vivo a Milano. Ricordo ancora il ghigno di chi mi diceva di non tornare a Milano perché lì sarei stata in pericolo e la paura di chi mi incontrava e pensava che potessi essere già contagiosa.

In quel momento però non sapevamo ancora come avresti cambiato le vite di tutti noi. Eri un nemico ancora sconosciuto e nella nostra overdose di onnipotenza avevamo quasi la convinzione che non ci avresti poi fatto così male. In fondo parlavano di un’influenza. Un’influenza un po’ più grave che aveva deciso di colpire soprattutto alcune regioni del Nord. Il Nord industrializzato e inquinato.

Dopo qualche giorno sei arrivato inesorabilmente in Puglia. Ricordo i primi casi e la gogna mediatica a cui sono stati sottoposti tutti i malcapitati che avevano contratto il virus e che erano risultati positivi, portandolo in Puglia. Gli epiteti con cui venivano chiamati su internet o sui messaggi che circolavano tramite i vari social erano davvero di cattivo gusto.

Poi sei arrivato sempre più vicino, laddove mai avrei voluto arrivassi. Non so come tu abbia potuto arrivare a Lei, a mia madre, e non ho mai avuto interesse a cercare un colpevole. Non l’ho cercato neppure quando ho sentito parole che trasudavano di compassione da parte di chi aveva sentenziato che fossi io l’untrice.

Perché, caro Covid, la gente ha bisogno di argomenti di cui parlare e nessuno si preoccupa di quali effetti può avere la cattiveria. Chi cerca di metabolizzare un lutto dovrebbe stare sereno e non certo difendersi da accuse infondate e senza senso.

Per settimane e mesi, nonostante le rassicurazioni ricevute e l’assenza di qualsivoglia sintomo, mi sono sentita dire che in paese avevano già trovato il loro colpevole. Figurati, l’hanno trovato anche nell’ospedale che non ho mai varcato e che poi sarebbe diventato uno dei focolai del Salento. Quello stesso ospedale in cui i compaesani che ci lavorano pensano che Lei fosse stata contagiata dalla figlia, l’untrice che vive a Milano.

Devi sapere, caro Covid, che a volte è più facile trovare un colpevole che cercare la verità. Lo ha fatto anche chi avrebbe dovuto intervenire prima, coccolandola come aveva promesso di fare durante l’ultima visita a cui l’aveva sottoposta, e non lasciarla divorare dall’infezione al piede che l’ha costretta al ricovero durante il quale, purtroppo, si è trovata di fronte a te.

Ma, caro Covid, tu mi hai insegnato, come ha fatto altre volte la vita, che possono ferirti, ma non piegarti. Come un pugile ho incassato i colpi, ho trascorso mesi chiusa in casa cercando di difendermi da te, ho capito in quei mesi le persone su cui potrò fare sempre affidamento.

Dopo aver incassato, è arrivato il momento in cui ho voluto certificare la verità che già custodivo dentro di me. Mi sono sottoposta al test e ho scoperto che io e te, caro Covid, per il momento, non ci siamo mai incrociati perché sono risultata negativa sia al test sia agli anticorpi. E lo stesso discorso vale per mio marito, il milanese.

Ora, ti starai anche chiedendo perché ti scrivo proprio oggi a distanza di settimane da quando ho fatto il test. Me lo sono chiesta pure io. Forse perché i contagi hanno ripreso a salire o forse perché, fra qualche giorno, tornerò a Veglie e mi metterò a circolare con la mascherina e ad osservare rigidamente tutte le norme di sicurezza. Qualcuno penserà che lo faccio perché vengo da Milano, il centro del Covid, e perché io ho già “colpito”.

E, invece, no, lo farò perché da quel 21 febbraio la mia vita è cambiata ed è cambiata ancora di più da quando ho sentito la Sua voce e il Suo respiro ansimante. Lo devo a Lei e a tutti coloro che sono morti da soli. Ecco perché, se gli altri abbassano e/o abbasseranno la guardia, io continuerò a restare in trincea, non perché sono una potenziale untrice, ma perché la mia normalità e quella di tutti dovrebbe ormai essere fatta di mascherine, di gel disinfettante e pulizia maniacale, di chiacchierate a distanza, di abbracci perduti e di un ossequioso rispetto a chi non ha avuto la possibilità di abituarsi a questa triste e dura realtà, perché ci ha abbandonato prima.

Concludo questa mia breve lettera, caro Covid, dicendoti che verrà un giorno in cui penseremo a questi mesi come un lontano ricordo ma ora è il momento di combatterti ancora e di ricordare a noi stessi che la verità deve essere sempre raccontata, anche se gli altri continueranno a credere a quello che fa più comodo a loro.

Sabrina Lezzi

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