A PROPOSITO DI AUTORIZZAZIONI AMBIENTALI

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Mi capita di leggere, ma non di frequente, i giornali locali e tra questi quelli ‘ultralocali’.

Su questi ultimi, curiosamente i diritti di libera manifestazione del pensiero trovano maggiore “spazio”: essendoci meno scrittori – anche se non è un dato certo – e forse meno lettori lo spazio indubbiamente sarà maggiore e maggiore il diritto di parola, quindi, il diritto di scrivere, descrivere, segnalare, esporre, riportare, avvisare, annunciare, insomma in poche parole “di-vulgare”.

Ecco che, forza della natura (o della cultura) i cittadini iniziano a comunicare tra di

loro, ognuno esponendo il proprio punto di vista. Si organizzano riunioni. Si accendono dibattiti. Magia. Il popolo, anche quello di Veglie – rifletto tra me e me – è costituito da persone – “pensanti”! Quindi oltre a respirare, mangiare, bere, dormire, lavorare, commerciare, mercanteggiare, contrattare e, forse, studiare, in questo piccolo Comune si trova anche il tempo per osservare, riflettere, vagliare, considerare, meditare e, quindi, ‘pensare’.

Accade così che tra teste ‘pensati’ si generi il dialogo e che dialogando nasca un’opinione di qualcuno su qualcosa la qual cosa, a sua volta, genera un dibattito su questa o quella vicenda.

Così avviene, ad esempio, quando ci si trovi a parlare a proposito di “autorizzazioni ambientali” e con queste di regolamenti, direttive, leggi, provvedimenti o meri atti di questa o quella autorità di quello o questo ufficio; di Autorizzazione Ambientale o di Ambiente per Autorizzazione; di responsabili del procedimento o di procedimento dei responsabili.

Ma anche di responsabilità politica o di irresponsabilità politica.

Insomma di tutto e del contrario di tutto.

È il dibattito, così come quello politico,  diviene di frequente  facile ‘preda’ dei singoli termini  – spesso  frutto di una rozza oratoria avvocatesca – mediante i quali si può parlare di tutto tranne che del reale contenuto che questi recano.

Dice bene Claudio Paladini , in una sua recente lettera a proposito dell’iter burocratico per il rilascio di un’autorizzazione ambientale, di non essere un «‘ferrato’ tecnico della materia». Ciò è ancor più vero quando si ‘afferra’ che il nostro ordinamento prevede che come sindaco possa essere democraticamente eletto un medico o un infermiere , un dottore commercialista o un commerciante, un avvocato d’affari o un affarista, un imprenditore o un bracciante agricolo, un sindacalista o un disoccupato, un professore o uno studente e la lista potrebbe essere molto più lunga.

Insomma, alla legge elettorale non importa quale professione svolga il sindaco né che egli sia un ‘tecnico’.

E dice parimenti bene l’attuale Sindaco quando asserisce che la legge, in particolare con il D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, (T. U. E. L), all’art. 107, stabilisce la separazione di poteri tra politica e amministrazione.

Agli uni spettano atti di ordine diverso rispetto agli altri: politici ai primi e amministrativo-esecutivi ai secondi. D’altronde questo principio è di rango superiore e trova fondamento nel requisito di “imparzialità” previsto dall’art. 97 della nostra Costituzione.

Allo stesso modo è corretto dire che in base alla legge (art. 107 cit.) sono di competenza dei burocrati «tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’amministrazione verso l’esterno come i provvedimenti di autorizzazione» ecc.

Tutto quanto premesso, quindi, sulle doti di giurista del Sindaco o del suo staff non si possono nutrire dubbi.

L’accordo cessa e i dubbi cominciano ad affiorare quando chi deve fare il politico parla d’altro.

Infatti è ben vero che il politico può non capire i contorti sentieri che portano al rilascio delle autorizzazioni amministrative. È altresì vero che il politico non può occuparsi dei procedimenti amministrativi per i quali sono competenti gli uffici burocratici dell’ente.  

Ed è ancora vero che «l’ignoranza e la malevolenza son legate dalla stessa radice, e la seconda profitta sordamente dei vantaggi che trae dalla prima…  la malevolenza non manca mai d’invocar l’ignoranza come una circostanza attenuante».

Ma è altrettanto vero che il politico non può parlare di leggi, regolamenti, testi unici, circolari, meri atti e, quindi anche, di autorizzazioni ambientali parlando di diritto, economia, medicina, biologia, agraria, di design o di architettura. Egli, da ‘politico’, è tenuto a parlare di ‘politica’. Poi, da politico e a proposito di politica egli può parlare di tutto quello che riguarda la comunità politica ove egli è stato democraticamente eletto e così  anche di diritto, economia, medicina ecc. E quindi anche di autorizzazioni ambientali.

Quando queste ultime sono ‘strappate’ al gergo amministrativistico divengono politicamente rilevanti e oggetto, come visto sopra, di osservazioni, riflessioni, considerazioni, meditazioni, di speranze e sospiri di sollievo, di ansie e preoccupazioni, e quindi anche, direi soprattutto, di discussione politica.

 Pertanto, quando si ‘discute politicamente’ di autorizzazioni ambientali si parla anche di qualità dell’acqua, dell’aria, della terra, delle colture,  dei  frutti,  del territorio , del paesaggio, di ciò che beviamo, respiriamo, mangiamo, guardiamo, osserviamo, godiamo o goderemmo,  il condizionale è d’obbligo, in futuro.

 Donato VESE

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