Ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi, a livello nazionale e internazionale, in sostegno del popolo palestinese, è indiscutibilmente una delle mobilitazioni più grandi di sempre. Migliaia di cittadini che protestano in diverse, e tra loro lontanissime, parti del mondo per chiedere l’interruzione del genocidio in corso a Gaza e che i governi si mobilitino con ogni mezzo per far rispettare il diritto umanitario. Ogni giorno un nuovo evento, ogni giorno una nuova manifestazione, dai paesini più piccoli alle più grandi città metropolitane.
Eppure, le critiche e, purtroppo, anche offese e minacce non mancano mai e ciò che dispiace maggiormente è che a riceverle siano coloro che dedicano il proprio tempo e le proprie forze ad una causa nobilissima, coloro che decidono di essere la voce di chi una voce non ha più.
Mi vorrei però soffermare su un commento che leggo con sempre più frequenza da quando ho cominciato a dedicarmi con più attenzione alla questione palestinese: “Parlate solo di Gaza, e le altre guerre?”, “Nel mondo sono attivi 56 conflitti, perché non ricordate anche questi?” e ancora “Parlate di Gaza perché va di moda”.
Sarò sincera: a differenza di altri che si indignano e basta, trovo che questi commenti meritino riflessioni ulteriori, oltre qualsiasi slogan. Perché ad oggi il problema è proprio questo: finiamo per parlare solo per mezzo di slogan senza andare oltre ogni frase fatta.
Parto da un presupposto necessario che, visti i tempi che corrono, sembra non essere così scontato: non ci sono vite che valgono più di altre, le tragedie sono tragiche in tutti i casi e non è necessario fare a gara tra quale conflitto ha più morti e quale meno. La vita umana è degna di rispetto in ogni caso, in ogni luogo e in ogni tempo.
E dunque, perché è necessario parlare della Palestina e della tragedia che sta vivendo il popolo palestinese e perché se ne parla più di altri conflitti?
- Copertura mediatica – è innegabile il ruolo che i social ricoprono nel documentare ciò che vive il popolo palestinese. Sono a portata di mano video e immagini tragiche di ciò che sta accadendo, documentate da quei pochi giornalisti rimasti e dai tanti giornalisti uccisi. Il fatto di poter vedere ciò che accade con i nostri stessi occhi crea un legame immediato con chi guarda: bambini mutilati, donne e uomini costretti a fuggire dalle proprie case, madri che cercano disperatamente i propri bimbi tra le macerie, soldati israeliani che si divertono a colpire in precise parti del corpo poveri innocenti, gabbie che rinchiudono i palestinesi in cerca di aiuti umanitari liberandoli solo per ucciderli poi, facendo a gara a chi ne spara di più, ecc. Ciò che emerge dai video è la realtà del dolore di un popolo e chi ha un minimo di umanità ne diventa immediatamente partecipe. Quindi sì è vero, si parla maggiormente della Palestina perché, purtroppo o per fortuna, scorre sotto i nostri occhi, senza filtri, la sofferenza che vivono civili innocenti.
- Gaza accende i riflettori su temi come il diritto umanitario e il diritto internazionale – questi sono temi universali e il ruolo che in ciò ricopre la società occidentale è fondamentale. Perché non bisogna dimenticare la storia, tutta la storia. Da che è stato fondato lo Stato di Israele, questo viola sistematicamente il diritto internazionale. Perché, come ben sa chi un minimo ha tentato di informarsi, il conflitto non è iniziato il 7 ottobre (la cui tragicità nessuno nega!), ma molti e molti decenni prima. Anche prima della tragedia della Shoah, più precisamente alla fine dell’Ottocento con la nascita del movimento sionista e del suo motto “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, ignorando totalmente che quella terra un popolo lo aveva già. Ma su ciò non mi dilungo troppo e vi suggerisco la lettura dei testi dello storico Ilan Pappé. Ritornando alle violazioni di Israele, emerge senza dubbio che “la reazione di Israele agli attacchi del 7 ottobre” (se di reazione si può parlare…) non rispetta quei principi fondamentali la cui violazione comporta la responsabilità individuale per crimini di guerra da parte degli autori materiali. Giusto qualche dato tecnico:
- “Attaccare, distruggere, asportare o mettere fuori uso beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile” viola l’articolo 54 del primo Protocollo Addizionale del 1977 alle convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949;
- Sottoporre la popolazione civile ad attacchi indiscriminati, a minacce di violenza viola l’articolo 51 del primo Protocollo Addizionale;
- Trasferire forzatamente la popolazione civile all’interno o fuori del territorio occupato viola l’art. 85 (4) del primo Protocollo Addizionale. Allo stesso modo, violano lo stesso articolo “la pratica dell’apartheid e le altre pratiche disumane e degradanti, fondate sulla discriminazione razziale, che sono motivo di offesa alla dignità della persona”[1];
- Sottoporre l’intero popolo occupato ad una pena collettiva a cagione di fatti individuali di cui esso non è responsabile viola l’articolo 50 dei regolamenti dell’Aja del 1907[2].
E si potrebbe andare avanti per ore ad elencare tutte le violazioni compiute da Israele.
Risultato? Il diritto internazionale non funziona più (sempre che abbia mai funzionato!), i governi occidentali non impongono sanzioni ad Israele e continuano a finanziarlo e ad armarlo (solo nel 2024 l’Italia ha esportato in Israele armi e munizioni per circa 5,8 milioni di euro), mentre gli Stati Uniti pianificano, per assurdo, la costruzione di un enorme resort sulle macerie di Gaza. I governi occidentali nella vicenda palestinese hanno le mani sporche di sangue, possono tentare qualcosa e non lo fanno, hanno smesso di rappresentare i loro stessi cittadini che chiedono giustizia e hanno deciso di essere servi degli Usa e delle lobby sioniste. L’Europa non ha nessuna voce in capitolo, non ha una chiara linea d’azione in nessuna direzione e continua a trascinarci nel baratro. E nel frattempo vittime si aggiungono a vittime, dolore accresce dolore e ciò che rimane è lo sguardo indifferente di chi può e non fa.
Quindi sì, è necessario parlare di Palestina perché in questa tragica vicenda siamo complici più che mai!
- 3. Quella in Palestina non è una guerra, è un genocidio e dobbiamo urlarlo! – le parole sono cariche di significato e vanno utilizzate con cognizione di causa. E qui i motivi per parlare di genocidio ci sono tutti – e non lo dico certo io! Non è la parola “guerra” quella che possiamo utilizzare in questa circostanza: in una guerra sono due eserciti organizzati a scontrarsi, mentre qui abbiamo un solo esercito, peraltro uno dei più riforniti e con un’intelligence da fare invidia a qualunque altra, che imprigiona e massacra civili innocenti con metodi sadici, con la scusa di attaccare le basi di Hamas (una versione che fa acqua da tutte le parti!). Proprio qualche giorno fa una commissione d’inchiesta ONU ha concluso che Israele sta commettendo un genocidio e ha confermato che tutti gli Stati devono fare il possibile per prevenire e punire questi crimini. In particolare, Israele ha commesso 4 dei 5 atti che definiscono il genocidio. Lo hanno dichiarato esperti e non certo il “Mario Rossi” di Facebook! Inoltre, qui c’è una discriminante importante, ovvero l’intento genocidario che è insito nel sionismo. Basterebbe solo leggere le dichiarazioni pubbliche di funzionari israeliani:
- “[I palestinesi] sono bestie che camminano su due gambe.” Discorso di Menachem Begin, Primo Ministro israeliano e premio Nobel per la Pace.
- “[I palestinesi] saranno schiacciati come cavallette… con le teste sfracellate contro i massi e le mura.” Y.Shamir, Primo Ministro d’Israele.
- “Non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre.” A. Sharon, Ministro degli esteri d’Israele.
Negare l’intento di distruggere ed eliminare il popolo palestinese significa voler appositamente ignorare una realtà indiscutibile. E da sempre, se c’è una cosa che mi preoccupa, questa è l’ignoranza.
Quanto ho elencato è la dimostrazione di come la tragedia che vive il popolo palestinese abbia delle particolarità che la contraddistinguono da altri conflitti e di cui non si può non tener conto, ma ciò non significa che le vite palestinesi valgano più di quelle dei civili del Sudan o del Congo! Anzi, proprio Gaza potrebbe diventare un vero e proprio “faro mediatico”, capace di accendere i riflettori anche su altri conflitti meno conosciuti e che sarebbero, ahimè, rimasti tali anche senza la sua tragedia. E qui possiamo essere noi a fare la differenza: invece che lamentare che si parli solo di Gaza, perché non essere noi per primi a raccontare altre storie, altre vite spezzate, altre tragedie? Parlare di Gaza non toglie nulla ad altri conflitti, anzi la sensibilità che si sta dimostrando nei suoi confronti, anche da parte di chi prima non si è mai interessato a niente di tutto ciò, può spingerci a considerare anche altri scenari di guerra e di sofferenza. Lo sdegno che proviamo di fronte all’ingiustizia di Gaza può e deve moltiplicarsi anche nei confronti delle altre tragedie.
E in questo preciso momento storico la complicità dei governi occidentali, l’intento genocidario e il genocidio in atto rendono necessario e quanto mai urgente che Gaza sia al centro del dibattito. E ciò che dovrebbe allarmarci non dovrebbe essere il fatto che se ne parli troppo, ma il rischio che non se ne parli affatto! Quindi ben venga che si parli della Palestina, ben vengano le manifestazioni e le proteste, perché sono queste le cose per cui dobbiamo alzare il nostro comodo sedere dalla sedia, perché quel palestinese massacrato potrebbe essere tuo fratello, tuo padre o tuo figlio, perché se il diritto internazionale non ha più nessun valore siamo tutti in pericolo!
Solo questo che rimane a noi semplici cittadini: la voce! E allora usiamola tutta e facciamolo con tutte le nostre forze.
[1] https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/protocollo-i-addizionale-alle-convenzioni-di-ginevra-del-12-agosto-1949-relativo-alla-protezione-delle-vittime-dei-conflitti-armati-internazionali-1977
[2] https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/iv-convenzione-dellaja-concernente-le-leggi-e-gli-usi-della-guerra-terrestre-e-regolamento-annesso-1907




