I giovani trascinano il No: una partecipazione che smentisce i luoghi comuni

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Da anni sentiamo dire che i giovani sarebbero disinteressati alla politica, sfiduciati, chiusi nel loro individualismo e incapaci di riconoscersi nelle grandi questioni pubbliche.

I dati del referendum sulla giustizia raccontano però una realtà diversa: l’affluenza finale ha, inaspettatamente, sfiorato il 59% e il No ha prevalso con il 53,7%.

Ancora più significativo è il dato generazionale: secondo Youtrend, il No ha vinto nettamente tra gli under 35 con il 57%; addirittura con il 61,1% secondo la stima di Opinio. Si tratta dell’unica fascia generazionale dove la differenza è stata così netta: sì, proprio quella composta da coloro che “non hanno voglia di fare niente”, quelli “sempre attaccati agli schermi” e che “non apprezzano ciò che hanno”. E invece, i giovani sono così tanto disinteressati, così poco riconoscenti verso ciò che possiedono tanto da essere tra coloro che per primi hanno difeso la Costituzione scritta dai loro nonni e data a lungo per scontata dai loro genitori. Ciò a dimostrazione del fatto che forse non sono poi così indifferenti, ma reagiscono quando capiscono che in gioco non c’è una polemica di giornata, bensì l’idea stessa di democrazia che vuole darsi un Paese.

Del resto, anche ricerche più ampie confermano la debolezza di questi stereotipi. Un’indagine IPSOS per l’Istituto Toniolo ha rilevato che il 76,4% dei giovani italiani si dichiara interessato alla politica, mentre il 71,7% considera il voto uno strumento importante. Persino la fiducia nei confronti dei partiti sembrerebbe esser cresciuta.

Ma c’è un numero ancora più interessante: il 62,3% dei giovani ritiene che la politica italiana non offra spazi di reale partecipazione o lo faccia in maniera molto limitata, evidenziando una diffusa percezione di esclusione.

Più che una generazione assente, è una generazione che chiede spazi di confronto e condivisione, linguaggi più sinceri e occasioni concrete di partecipazione. Una generazione che non vuole essere lasciata ai margini da una politica che decide del suo futuro e non vuole subire in silenzio decisioni prese da altri.

Ostacolare il voto di circa 5 milioni di fuori sede, di cui una buona parte studenti, è una gravissima decisione politica che ha limitato la piena partecipazione democratica, perché quando votare dipende dalla possibilità di pagarsi un viaggio, quello che è un diritto rischia di diventare un privilegio. Eppure, nonostante l’ennesima esclusione, circa 20mila fuorisede hanno dovuto utilizzare l’unico escamotage consentito, cioè quello di diventare rappresentanti di lista per poter votare nel seggio a loro assegnato e trasformando così un ostacolo in una forma di mobilitazione politica concreta, in un chiaro segnale politico.

Il referendum lo ha dimostrato con chiarezza: quando la politica tocca i principi, i diritti e i delicati assetti costituzionali, i giovani ci sono non solo per esprimere un’opinione, ma per difendere un’idea di Stato fondata su garanzie, pesi e contrappesi e autonomia delle istituzioni.

E permettetemi di fare anche un’altra considerazione sul risultato elettorale. Il voto, per quanto qualcuno continui a negarlo, non può non essere percepito anche come espressione di dissenso politico. D’altronde se per settimane si alzano i toni, si alimenta lo scontro e si riduce il confronto a una contrapposizione tra “noi” e “loro”, con i social tappezzati di volti e nomi esposti alla gogna pubblica sotto la scritta “loro votano No!”, allora non si sta più promuovendo una discussione sul merito, ma una prova di forza politica. E quando si sceglie questa strada, poi bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere che anche il risultato sarà letto, inevitabilmente, come una risposta politica.

Proviamo allora a leggere anche sotto questo aspetto il No che i giovani hanno scelto di sostenere. Molti vivono in una condizione di instabilità, incerti del proprio futuro, coscienti che per quanto possano investire nello studio o nel lavoro, acquisire titoli, conoscenze, attestati, le loro prospettive saranno comunque incerte e che, nel migliore dei casi, saranno costretti a spostarsi dai loro paesi alla ricerca di opportunità migliori, di un reale riconoscimento del loro valore.

Sono gli stessi giovani che sono stati definiti “inutili” da una ministra che, invece, dovrebbe lavorare per creare condizioni più giuste, più dignitose, capaci di accompagnarli nella formazione e nel lavoro. Invece, gli investimenti sul loro futuro sono sempre meno incisivi: come se non bastasse, la scelta di tagliare le accise a pochi giorni dalle elezioni (chissà come mai!) ha comportato ulteriori e significativi tagli all’Istruzione e all’Università e, come sempre, a pagarne le conseguenze sarà il diritto allo studio.

Poi c’è la situazione internazionale che certamente non aiuta: leader folli ed esaltati accecati dal potere che scatenano guerre come fosse una partita di Risiko, giocata sulla pelle di cittadini innocenti, mentre loro restano lontani dalle conseguenze delle loro decisioni, al riparo nei loro palazzi. Tutto ciò agli occhi di una generazione che vive la precarietà, l’insicurezza e la paura del futuro. E quando hanno deciso di alzare la voce e di farsi sentire con l’unico strumento che spesso sentono di avere davvero a disposizione, cioè la piazza, la manifestazione, raramente hanno trovato ascolto. Più spesso incontrano diffidenza, paternalismo, fastidio.

E così si son sentiti dire che sono figli di papà che non hanno voglia di studiare, dei violenti che sfruttano ogni occasione per fare casino. Sono stati raccontati come una generazione capricciosa, immatura, quasi che il dissenso, quando nasce dai giovani, perda automaticamente dignità politica e diventi soltanto rumore. Nelle piazze, invece, non c’è il desiderio di distruggere, ma il tentativo di difendere un’idea di società più giusta e più umana.

Allora, la mobilitazione dei giovani per il No, le migliaia di fuorisede che hanno fatto chilometri pur di votare nel proprio paese di residenza o che hanno dovuto cercare soluzioni alternative per poter esercitare questo diritto, dice molto non solo su noi giovani, ma anche di una generazione adulta che dovrebbe garantire spazi di partecipazione, ascolto e confronto, e che invece troppo spesso li restringe, li ostacola o semplicemente dimentica di costruirli.

A vent’anni si dovrebbe imparare a immaginare il futuro, non a diffidarne. I giovani dovrebbero essere messi nelle condizioni di sognare in grande, di credere nella politica come spazio di cambiamento e non costretti, così presto, a fare i conti con la disillusione.

Se davvero vogliamo che i giovani si avvicinino all’impegno attivo, allora dobbiamo smettere di chiedere loro di adattarsi a una politica sorda e cominciare, finalmente, a costruire una politica che sappia meritare la loro fiducia.

E forse il messaggio più forte che arriva da queste urne è proprio questo: i giovani non hanno voltato le spalle alla politica, ma chiedono una politica all’altezza della Costituzione che hanno scelto di difendere.